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Il max processo Aemilia, affondo su sindaci e politici reggiani

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Redazione Controvento.it on 9 agosto 2018 - 19:52 in Evidenza

iraglia lancia strali contro l’esistenza di un clan emiliano: «Se così fosse gli imputati dovrebbero essere molti di più»

REGGIO EMILIA

«La procura ha voluto fare la storia della ’ndrangheta a Reggio Emilia. Ma se così fosse gli oltre 200 imputati sono pochi: si dovrebbero giudicare anche gli amministratori che hanno permesso a questa gente di lavorare. Agli amministratori che hanno permesso di fare un gemellaggio con Cutro e che si sono sentiti in dovere di intitolare una strada con il nome di Cutro a Reggio Emilia. A chi gli ha permesso di creare fatture false, anche ai sindacati».

DIFESA IN ATTACCO

Il nuovo affondo contro le istituzioni reggiane è stato portato ieri durante l’ultima udienza del processo Aemilia contro la ’ndrangheta, dall’avvocato Francesco Miraglia. Il difensore, per sconfessare le accuse legate all’associazione mafiosa, ha voluto allargare il campo tirando in ballo l’era dell’ex sindaco Graziano Delrio, coinvolgendo nella sua discussione anche sindacati e professionisti. Un’arringa in difesa degli imputati Luigi Silipo e Francesco Mancuso: l’avvocato Francesco Miraglia ha preso di mira anche i pentiti e definisce il dibattimento, in corso ormai da quasi tre anni, «il processo dei collaboratori di giustizia dell’ultima ora». In particolare «Giuseppe Giglio si è pentito dopo 13 mesi dagli arresti e una condanna a 18 anni», mentre Salvatore Muto lo ha fatto «dopo che i verbali di Antonio Valerio (terzo collaboratore di giustizia, ndr) erano già stati depositati».

LA DISTINZIONE SULLE MAFIE

Per Miraglia «in questo processo, se fosse di mafia, dovremmo parlare di droga, estorsione e armi». Invece si parla «solo di lavoro, di gente che comunque si alzava alle 5 di mattina per andare sul cantiere». Inoltre, «la ’ndrangheta è fatta di regole e subordinazione assoluta, mentre qui ognuno faceva il suo interesse alle spalle degli altri». Nel merito delle posizioni dei suoi assistiti Luigi Silipo «è stato indagato solo perché fratello di Antonio Silipo, con cui ha avuto una sola telefonata di 57 secondi». Per Miraglia mancano poi le prove della colpevolezza di Vincenzo Mancuso, che nella tesi dell’accusa trasportava pacchi di denaro illecito su pullman in servizio sulla tratta Parma-Crotone. Dunque, la richiesta del difensore, è per entrambi di una sentenza assolutoria.

L’avvocato dei due imputati ha quindi messo in discussione tutto l’impianto accusatorio, parlando poi di sproporzione tra le richieste di pena e il

materiale probatorio accumulato. «Non c’è una intercettazione che collega Mancuso, considerato partecipe, a Diletto, a Sarcone o ad altri esponenti apicali di questa presunta associazione». —

ENRICO LORENZO TIDONA

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