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Psichiatria il dilemma “TSO”

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Redazione Controvento.it on 2 aprile 2014 - 14:37 in Editoriali

Il rischio di riproporre soluzioni di tipo manicomiale

Torna a far discutere la psichiatria di casa nostra, ponendo addirittura al centro del dibattito i T.S.O., i trattamenti sanitari obbligatori cioè , che sono senza dubbio i più controversi e discutibili provvedimenti previsti nella 180, o legge Basaglia. In “proposte di miglioramento dell’assistenza psichiatrica per la salute mentale in provincia di Modena”, infatti, i progetti che, al momento – va sottolineato – sono solo ipotizzati, non ancora approvati né dal direttivo del dipartimento, né dal direttore generale  e neppure dai sindaci della conferenza socio territoriale, i tassi per ricovero in T.S.O. per 10.000 abitanti maggiorenni residenti, diventerebbero motivo di una vera e propria rivoluzione per futuri ricoveri ospedalieri psichiatrici. Su una percentuale regionale di 2,78 per 10.000 abitanti, Modena è al quarto posto con Ravenna con 2,97 rispetto a Reggio Emilia (7,77), Piacenza (3,64), Ferrara (3,61). Imola con 0.55 e Forlì (1,77), Cesena (1,80), Bologna (1,94), Rimini (2,10), Parma (2,40), utilizzano di meno la possibilità di intervenire coattivamente sul paziente psichiatrico. Da ciò la strana proposta di concentrare tutti i T.S.O. in un unico grande contenitore provinciale, paragonabile facilmente ai vecchi internamenti manicomiali, sia pur ridotti, di tanti anni fa. Per Modena un ritorno a un passato negativo. E’ bene sottolineare che il problema riguardante i T.S.O. non è quantitativo ma culturale e riguarda l’assistenza al malato di mente. E’ necessario allora chiedersi come può essere terapeutico un intervento intrapreso senza o contro la volontà  del paziente che ne è il destinatario, se l’enunciazione di fondo della legge è: “i trattamenti sanitari in psichiatria sono volontari”. In tutti i convegni seminari congressi di questi ultimi anni è emerso infatti con chiarezza che non esiste “obbligo giuridico” di un “T.S.O.”, e che i requisiti fondamentali per questi interventi sono da sempre vaghi e non ben definiti. Con quale scientificità due psichiatri, chiamati in urgenza possono certificare “una non coscienza di malattia” per quella persona per cui è richiesto l’intervento? Come si può sostenere che se questi rifiuta le cure proposte dai terapeuti intervenuti, di fatto viene rifiutato ogni qualsiasi altro intervento psichiatrico? E quale certezza terapeutica hanno gli specialisti per dichiarare che in quel momento e in quel contesto non esistono valide alternative territoriali al ricovero in degenza ospedaliera? Sono queste le domande  cui bisogna stare concrete risposte prima di riproporre soluzioni ospedaliere di tipo manicomiale che sicuramente peggiorerebbero i positivi cambiamenti della psichiatria ospedaliera della nostra Ausl negli ultimi 4 anni.

Francesco Miraglia

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