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Capodanno a Crans Montana

Di Sara Spoletini

C’erano una volta dei giovani che aspettavano Capodanno, aspettavano l’arrivo del 2026 in un modo elegante, in un ristorante svizzero, conosciuto, alla moda;
c’erano dei giovani pieni di sogni, speranze, nessuno avrebbe mai detto che non avrebbero avuto futuro e che quel 2026 non l’avrebbero mai vissuto, che sarebbero passati alla storia come vittime della una strage di Crans-Montana (Svizzera)
Il bilancio è pesante: 40 morti, 121 feriti, ancora si cercano dei dispersi.
Le domande che sorgono sono tante anche se nessuno può tornare indietro e modificare il corso triste degli eventi.
La Svizzera è percepita a livello globale come un paese estremamente affidabile, grazie alla sua stabilità politica ed economica, all’alta qualità della vita, alla sicurezza, alla neutralità storica e alla forte valuta (il franco svizzero), fattori che la rendono leader in classifiche internazionali di “miglior paese” per qualità della vita e stabilità, eppure si scopre fragile la sua normativa in materia di locali pubblici: materiali ignifughi utilizzati, capienza massima, vie di fughe alternative all’ingresso principali.
Forse le leggi ci sono ma il fattore umano e l’avidità umana pensano che per una sera non accade nulla se si ospitano più clienti.
L’incendio è stato dovuto a “un’esplosione causata da un petardo sparato sul controsoffitto” del locale. Secondo il racconto di due giovani le fiamme che hanno devastato il bar sarebbero partite da candeline accese su bottiglie di champagne, che hanno appiccato il fuoco al soffitto in legno. “Una delle candeline è stata avvicinata troppo al soffitto, che ha preso fuoco. Nel giro di poche decine di secondi tutto il soffitto era in fiamme. Era tutto in legno”.
A raccontarci quello che è successo sono i numerosi video che circolano sui social e che documentano gli attimi appena dopo l’inizio del rogo, il suo propagarsi e la fuga dei sopravvissuti.
In un filmato si vedono le fiamme divorare il soffitto del seminterrato del locale, dove tutto sarebbe iniziato. L’incendio sembra consumare la schiuma utilizzata per insonorizzare il locale. Molti ragazzi riprendono la scena, altri scappano. Uno dei presenti sembra utilizzare una maglietta o un panno per spegnere il rogo, senza successo.
Perché fermarsi a riprendere e non a scappare? Per fama, perché è più importante filmare che vivere? Perché questi ragazzi non hanno avuto la prontezza di accorgersi che stava succedendo qualcosa di davvero pericoloso? Forse perché i ragazzi di oggi non sono abituati al pericolo e a gestire le emergenze?
Nella fuga le decine di giovani si riversano sulla scala che collega il seminterrato al piano terra. Poi corrono verso la salvezza. La calca rallenta l’uscita del locale, così alcuni aprono le finestre ed escono da lì, ma alcuni non ce la fanno rimanendo intrappolati in un fuoco che li lascerà giovani per sempre.

Fondatore dello studio Miraglia Associato, esperto di Diritto penale, di Famiglia e Diritto Minorile; giornalista-pubblicista; mediatore familiare (Iscra di Modena 2012); mediatore criminale e intelligente nell’investigazione (Istituto Universitario della Mediazione Vibo Valentia 2013); docente e direttore di master all’INPF (Istituto Nazionale Pedagogia Familiare)