Dal processo Aemilia al libro “Colpevole di essere calabrese”: quando il contesto prende il posto delle prove
( Roma 15 gennaio 2026) Nel libro Colpevole di essere calabrese, Francesco Miraglia parte dal maxi processo Aemilia per denunciare una deriva silenziosa della giustizia italiana: il rischio che ori-gine, contesto e appartenenza diventino criteri di giudizio al posto dei fatti e delle pro-ve. Un’intervista che interroga il metodo, non le sentenze.
L’intervista
Perché ha sentito il bisogno di scrivere Colpevole di essere calabrese?
Perché a un certo punto ho capito che in tribunale non bastava più difendere le perso-ne. bisognava difendere il metodo. Nel processo Aemilia ho visto qualcosa che mi ha profondamente inquietato: l’origine geografica, il cognome, il contesto familiare smettevano di essere elementi neutrali e iniziavano a pesare come fattori interpretativi. Quando succede questo, la giustizia rischia di non giudicare più i fatti, ma le identità.
Sta sostenendo che in Italia si venga condannati perché si è calabresi?
No, e sarebbe una semplificazione scorretta. Sto dicendo una cosa più sottile e più pericolosa: in alcuni processi complessi l’essere calabrese diventa una lente attraverso cui tutto viene letto. Un comportamento neutro diventa sospetto, una relazione familiare diventa “operativa”, un silenzio diventa strategia criminale. Non è una norma scritta, ma un riflesso culturale che incide sul giudizio.
Il titolo del libro è molto forte. Non teme che venga letto come una provocazione?
È una provocazione voluta, ma non gratuita.
Se avessi scelto un titolo neutro, il tema sarebbe stato addomesticato. Così invece emerge la domanda vera: siamo sicuri che, in certi procedimenti, non si stia giudicando anche l’origine delle persone, oltre ai fatti contestati? Il titolo serve a costringere il lettore a porsi questa domanda.
Nel libro lei è molto critico sull’uso della prova indiziaria nel processo Aemilia. Perché?
La prova indiziaria è uno strumento legittimo. Il problema è il metodo con cui viene costruita.
In diversi passaggi ho riscontrato un meccanismo pericoloso: prima si forma un’ipotesi di colpevolezza, poi si selezionano gli indizi che la confermano. È una trappola cognitiva. Quando più indizi nascono dalla stessa narrazione, sembrano concordanti, ma in realtà si rafforzano solo in apparenza.
Il legame familiare è stato trattato come una prova?
In alcuni casi è stato trattato come qualcosa di più di quello che è.
Il legame di sangue non è una colpa. Può assumere rilevanza solo se accompagnato da condotte specifiche, ruoli concreti, apporti causali individuali. Se invece diventa un indizio automatico, allora si scivola verso una giustizia per appartenenza, che è in-compatibile con lo Stato di diritto.
Lei ha messo in discussione anche l’attendibilità dei collaboratori di giustizia. Non è una posizione rischiosa?
È rischioso non farlo. Il collaboratore di giustizia è una fonte delicata e interessata, proprio per questo va verificata con un rigore assoluto. Il problema nasce quando il suo racconto diventa l’ossatura del processo e i riscontri servono solo a confermare quella storia. In quel momento il controllo critico si indebolisce e il rischio di errore giudiziario aumenta.
Nel 2018, durante il maxi processo Aemilia, lei finì al centro di un forte dibattito pubblico per un suo intervento molto duro riportato dalla stampa. Disse che, se davvero si fosse voluta “fare la storia della ’ndrangheta a Reggio Emilia”, gli im-putati avrebbero dovuto essere molti di più, includendo anche amministratori, po-litici e sindacati che avevano consentito a quel sistema di operare. A distanza di anni, conferma quella posizione? E ritiene che il processo abbia davvero indagato fino in fondo la cosiddetta zona grigia politico-istituzionale?
Confermo integralmente quella posizione. E la rivendico sul piano del metodo, non del-la polemica.
Il ragionamento era – ed è tuttora – molto semplice: se si sostiene l’esistenza di un radicamento mafioso strutturato, non ci si può fermare agli ultimi anelli della catena. Un sistema che lavora, fattura, opera nei cantieri e si muove nel tessuto economico non può esistere senza relazioni istituzionali, amministrative ed economiche.
La vera domanda è perché l’azione giudiziaria si sia concentrata soprattutto sui soggetti più esposti e meno sui livelli di intermediazione che hanno consentito a quel sistema di funzionare. Senza l’analisi della zona grigia, il rischio è una giustizia simboli-ca: severa verso i deboli, molto più prudente verso chi aveva potere decisionale.
Lei sostiene che il Nord non sia stato solo vittima della mafia, ma anche parte del problema.
Sì, perché nessuna mafia si radica senza una domanda.
Raccontare la criminalità organizzata come un fenomeno “importato” dal Sud è rassicurante, ma falso. Serve a non interrogarsi sulle responsabilità locali, sulle convenienze economiche, sulle complicità silenziose. È una narrazione che assolve il sistema.
Eppure i colpiti sembrano essere sempre gli stessi.
Perché sono la parte più esposta e sacrificabile. Colpire l’ultimo anello della catena è più semplice che colpire chi ha capitale, relazioni e reputazione. Non serve parlare di complotti: basta osservare dove è più facile intervenire e dove è più costoso farlo.
Nel libro lei critica anche strumenti come le interdittive antimafia. Perché?
Perché, se usate senza contraddittorio effettivo e senza tempi certi di revisione, posso-no diventare una pena senza processo. La prevenzione è fondamentale, ma quando di-strugge un’attività economica sulla base del sospetto, senza reali possibilità di difesa, produce una forma di morte civile che pone seri problemi di equilibrio costituzionale.
Il tema dello stigma calabrese attraversa tutto il libro.
Perché lo stigma non è solo culturale, ma produce effetti concreti.
Quando un territorio viene percepito come “naturalmente criminale”, tutto diventa giustificabile: meno investimenti, meno diritti, meno servizi. La Calabria non ha biso-gno di retorica o compassione, ma di istituzioni normali che funzionino.
Cosa pensa della cosiddetta “restanza”?
Restare ha senso solo se è una scelta libera, non una condanna.
Senza lavoro, servizi e diritti certi, la restanza diventa solo una parola vuota. Io credo in una Calabria che resta per costruire, non per sopravvivere.
Difendere imputati di mafia le ha creato difficoltà personali e professionali?
Sì. In Italia chi difende viene spesso confuso con ciò che difende.
Ma la difesa non è una complicità: è una garanzia. Se si indeboliscono le garanzie nei processi scomodi, domani si indeboliranno per tutti.
Lei si occupa anche di diritto minorile. Vede un collegamento tra questi ambiti?
Sì, nel rischio dell’automatismo. Nei processi di mafia come negli allontanamenti dei minori vedo decisioni enormi prese con controlli spesso insufficienti. Il problema non è l’istituto, ma l’abuso di potere senza una reale responsabilità.
Il messaggio finale del suo libro?
Che la giustizia deve colpire i reati, non le radici. Perché il giorno in cui uno Stato giudica le persone per ciò che sono e non per ciò che fanno, ha già perso una parte essenziale della sua legittimità.
M. G.