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Quanti modi esistono per fare del male?

Brutta e inusuale domanda, vero? Almeno in queste sedi, urbane, gentili, divulgative in maniera corretta e composta. Poi però arriva l’intervistata inattesa, magari fuori dalle righe, e scompiglia le carte.

Io sono Alessia Sorgato e nella vita, nella professione, mi occupo di feccia, di sangue, di lividi e di paura.

Sono avvocato dal gennaio 1998 ma mi sono laureata nel novembre 1993 a Milano quando a diritto penale corrispondeva solo una locuzione: Mani Pulite. Ho iniziato la pratica forense allora. Venti ragazze a dir tanto in tutto il tribunale e un Paese da buttare giù, con l’illusione di ricostruirne un altro, magari migliore.

Li ho visti lavorare tutti, da Di Pietro a Spazzali, ma ho sempre aspirato ad essere Giuliano, non Antonio. Idealista come solo una ventiseienne può essere. Se avessi immaginato i vantaggi, le tranquillità, le guarentigie del diventare Antonio, magari mi sarei violentata la testa e avrei saltato la siepe. E magari no. Perché io non so giudicare nemmeno me stessa, figuriamoci gli altri.

Comunque eccomi qui. Sono avvocato penalista da quasi 24 anni e sono veramente molto fiera di tutte le scelte che ho fatto. Sono felice. Sono orgogliosa. Ma… sono anche disgustata, e vi dico perché.

La famosa siepe, saltata una volta in gioventù, che mi ha portato ad essere una delle prime avvocato penaliste (lasciate perdere le finali in E, sono ridicole, perché la nostra è una funzione e non si declina) si è riproposta nel 2009, quanto ormai pensavo di essermi consolidata e rafforzata in un’area – certamente avanguardista, ma presente – dell’avvocatura femminile.

Un libro – la monografia sul reato di stalking – “scippata” mio malgrado ad un professore universitario di grido; le presentazioni; l’incontro con una (posso dire altra?) pioniera, una psicologa ospedaliera che aveva capito che tanti scivoloni in doccia e tanti urti contro l’armadietto nascondevano botte e altre botte in casa, ed aveva fondato uno dei primi centri antiviolenza. Mi ha sdoganato, chiedendomi di occuparmi delle sue donne. Ed io, nel giro di poco, mi sono resa conto che difendere una vittima è cento, mille volte più arduo che difendere un accusato.

Parliamo di violenza?

Proviamoci, con l’umiltà di chi, conoscendo il fenomeno, sa che quel che emerge è la punta dell’iceberg e che sotto, sotto alla linea della metropolitana, del supermercato, della porta che si chiude e dietro può succedere qualsiasi cosa, tu, io, noi tutti incrociamo nel nostro cammino tante storie dolorose, acide, insopportabili senza neppure rendercene conto.

L’organizzazione Mondiale per la Sanità qualche anno orsono ha scritto che la violenza si manifesta in quattro modi: può essere fisica, psicologica, economica e sessuale. Può essere tutte e quattro queste cose, oppure una, o due di esse. Ma è violenza e merita di essere trattata come tale.

Cosa dicono i giudici italiani?

Beh, loro, nelle torri eburnee in cui vivono (beati loro), sono un po’ spaesati quando devono affrontare situazioni umane così distanti dal loro mondo. Immaginatevi quanti anni devono studiare, spesso privandosi di rapporti umani, sentimentali… sessuali. Sì, esatto. Loro si ergono a tenutari dello scibile giuridico e spesso dell’esperienza umana, quella fatta di sofferenza, di cadute, di disperazione, sono digiuni. Loro studiano mentre noi viviamo.

Immaginiamoci il trauma quando la più umana delle esperienze – il processo penale – li mette a confronto con sentimenti, sensazioni, umori e odori che non conoscono.

Potreste voi giudicare un piatto che non avete mai mangiato, odorato, toccato o, meglio, preparato?

Io avevo un cugino di ennesimo grado che, quando eravamo piccoli, sosteneva di odiare le banane. Mia nonna – intelligente e non per nulla laureata in filosofia – un dì gli chiese se ne avesse mai mangiata una. Risposta no. Esito. Gliela fece assaggiare. Il cugino ne divenne golosissimo.

Credo che il problema italiano della giurisprudenza in tema di violenza sulle donne stia nel fatto che i giudici non hanno mai… patito una violenza sulla loro pelle, o quella delle loro mogli, madri, sorelle. Io sono una brava persona, e non arrivo ad augurarglielo, ma quando leggo certi passaggi nei loro pronunciamenti, ecco, mi domando se non sia il caso, prima di farli diventare magistrati, di far loro trascorrere almeno un biennio, un triennio da avvocati, a contatto con la gente vera, quella che trema, che ha paura, che puzza.

Quella che vive, che va in discoteca, che prova la droga, che si illude di essere amata, o di divertirsi. Quella che casca nelle trappole sentimentali, che fa figli con l’uomo (o la donna) sbagliati. Che apre al finto uomo del gas. Che firma cambiali in cambio di un sogno. Che spaccia polvere in cambio di un rinvio nell’esazione. Che casca e vomita bile, alcool e lacrime.

Quella che va al colloquio di lavoro e si ritrova le mani nella scollatura. Quella che si rende conto che quel partner cosi assiduo e presente la stava colonizzando e dice basta e si ritrova col cane che schiuma avvelenato. Quella che si fidava dell’amico di famiglia e gli faceva fare da baby sitter alla bimba e poi…

I giudici hanno le loro regole per galleggiare sopra il filo dell’acqua in cui invece, chi non le conosce, annaspa e annega.

Gli avvocati che hanno imparato a navigare, sotto e sopra, sopra e sotto quella linea di natazione, conoscono il discrimine. E vengono per lo più tenuti a galleggiare. Sottopagati. Molti mollano. Molti fanno altro.

Io sono qui. E qui resto.

 

Intervista all’Avv. Alessia Sorgato, penalista milanese, cassazionista, legale formatore, Master in vittimologia.

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