Quando la solitudine si aggrava “per regolamento”
Foto di john Ioannidis da Pixabay
Luciana, 80 anni, per la nostra famiglia la tata che ci ha aiutato nei primi anni a crescere i nostri figli è diventata quasi del tutto non autosufficiente: una serie di malanni fisici l’affligge da tempo. Una banale influenza con complicanze respiratorie l’ha costretta in questo periodo ad un ricovero urgente nel nuovo ospedale di Baggiovara.
Sono andato a trovarla in uno di questi pomeriggi, senza informarmi prima degli orari di visita, più che convinto che la sofferenza degli anziani che presentano molteplici processi patologici concomitanti ad una malattia cronica e progressiva, accompagnati da un aumento del rischio di menomazione sensoriale cognitiva e dipendenza funzionale, abbia particolarmente bisogno in tutti i momenti della giornata della presenza di qualcun che possa stare loro vicino, non solo per mestiere. Giunto al secondo piano all’unità operativa di Geriatria, verso le 16, ho trovato il reparto chiuso con un grande cartello tipo manifesto, rivolto all’attenzione dei familiari dei pazienti ricoverati: “il reparto è chiuso dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18. Si invitano i parenti ad attendere in sala di attesa fino al termine della distribuzione del vitto”. Eccezionalmente, mi è stato comunque permesso di far visita a Luciana: un reparto ordinato, pulito quasi in religioso silenzio, dove per tutta la mattina, per il pranzo e per quasi tutto il pomeriggio, gli anziani ricoverati sono soli, a letto, qualcuno in poltrona, in continua attesa che arrivi qualcuno e non solo un infermiere per la flebo, un prelievo o una terapia.
Mi sono chiesto se è questo un provvedimento giusto e positivo per vecchi ammalati, spesso con la morte come sintomo.

Foto di Michael Schwarzenberger da Pixabay