Sì della Camera: lo «svuotacarceri» è legge, abolita la contumacia
Un passo di civiltà giuridica”
Esulta il viceministro della Giustizia,
Enrico Costa (Ncd)
- Un passo di civiltà giuridica», esulta il viceministro della Giustizia, Enrico Costa (Ncd), gli stessi toni usati dalla capogruppo Pd in commissione Giustizia, Donatella Ferranti, che parla di «punto di svolta culturale». La maggioranza – per l’occasione allargata a Fi e Sel – conferma alla Camera l’unità di intenti con il via libera definitivo al ddl che cambia radicalmente l’approccio sulle pene alternative al carcere. Soddisfatto anche il Guardasigilli Andrea Orlando: «Passi avanti per un paese più giusto e moderno».
La legge, due deleghe e 16 articoli in tutto, ridisciplina anche il procedimento nei confronti degli irreperibili abolendo l’istituto della contumacia. Il voto vede 332 favorevoli (Pd, Fi, Ncd, Sel, Sc, e Pi), 104 contrari (M5S, Fdi e Lega, che pratica l’ostruzionismo e subisce l’espulsione del deputato Fedriga per i cartelli di protesta “Vergogna, vergogna”) e 22 astenuti. Questi sono soprattutto tra i banchi di Forza Italia, dove si registra una spaccatura sulla norma – altra novità della legge – che di fatto abroga il reato di clandestinità, mentre resta la sanzione penale per il reingresso in violazione di un provvedimento di espulsione. Dei 41 azzurri presenti, alla fine otto votano contro, diciannove si astengono e solo quattordici dicono sì, tra accuse di mancata regia e opposizione di facciata.
Se gli effetti del ddl si vedranno solo quando il Governo metterà in campo i decreti attuativi, fin d’ora è prevedibile una nuova stagione per i 60mila detenuti (-7.734 sul 2010), a fronte di una capienza regolamentare ferma a 48.300, in base ai dati diffusi ieri dal Dap. La riforma supera infatti il modello attuale, incentrato sulla pena in carcere, destinata a diventare l’estrema ratio, e allinea l’Italia agli ordinamenti giuridici avanzati introducendo a pieno titolo nel Codice penale la misura della pena detentiva non carceraria, ossia la reclusione o l’arresto presso il domicilio.
In base ai principi fissati dalla delega, i domiciliari – che potranno essere continuativi, per fasce orarie o giorni della settimana, eventualmente con prescrizione di braccialetto elettronico – diventeranno la pena principale da applicare in automatico a tutte le contravvenzioni oggi colpite da arresto e a tutti i delitti puniti fino a 3 anni. In caso di reclusione da tre a cinque anni, sarà il giudice a decidere tenendo conto della gravità del reato. Esclusi comunque i delitti più gravi e le persone considerate a rischio di fuga. Per i reati per i quali è prevista la detenzione domiciliare, il giudice potrà anche prevedere la condanna al lavoro di pubblica utilità, per una durata minima di 10 giorni.
Una delle novità più importanti riguarda l’estensione dell’affidamento in prova ai servizi sociali anche per chi è condannato a 4 anni di pena (al massimo e anche se residui). In base alla delega, il governo ha poi il compito di trasformare in semplici illeciti amministrativi una serie di reati, ma non quelli connessi fronti “caldi” come edilizia, territorio, sicurezza sul lavoro e proprietà intellettuale. La depenalizzazione riguarderà tutte le infrazioni attualmente punite con la sola multa o ammenda e altre specifiche fattispecie, come ad esempio l’omesso versamento (se non superiore a 10mila euro) di ritenute previdenziali e assistenziali.
In serata, una nota dei penalisti – peraltro soddisfatti per lo «sforzo riformatore», che comprende anche il contemporaneo via libera in prima lettura al Senato del ddl sulla custodia cautelare – sottolinea il «ridimensionamento» del tetto per la detenzione domiciliare a tre anni dai sei iniziali, e invita a non «scomodare toni enfatici», e soprattutto a non chiamare le nuove norme una «riforma del sistema delle pene».