Bergamo, una malattia genetica scambiata per maltrattamento: il dramma di due fratellini allontanati da casa. Miraglia attacca: «Servizi sociali fuori controllo, rischio adozione mascherata
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BERGAMO (2 giugno 2026). Una grave patologia genetica inizialmente scambiata per maltrattamento, il silenzio delle istituzioni e il timore che un affido temporaneo possa trasformarsi, nei fatti, in una forma di adozione mascherata. È la denuncia dei genitori di due bambini bergamaschi di cinque e quattro anni, allontanati da casa da quasi cinque anni su provvedimento del Tribunale per i Minorenni di Brescia. Una vicenda complessa che ora approda sul tavolo del Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Regione Lombardia, mentre la famiglia, assistita dall’avvocato Francesco Miraglia, denuncia uno stallo istituzionale ritenuto inspiegabile e potenzialmente dannoso per l’equilibrio affettivo e psicologico dei minori.
Tutto ha inizio quasi cinque anni fa con il ricovero del figlio più piccolo, allora di appena un mese e dodici giorni, giunto al pronto soccorso con crisi convulsive ed ematomi. Il primo sospetto dei medici si orienta verso la sindrome da scuotimento, la cosiddetta “shaken baby syndrome”, e si mette immediatamente in moto la macchina giudiziaria. Tuttavia, le successive indagini cliniche hanno accertato che il bambino è affetto da una predisposizione genetica alla fragilità vascolare. Quanto agli ematomi inizialmente ritenuti sospetti, secondo la famiglia sarebbe stato successivamente accertato che si trattava in realtà di una macchia mongolica, tuttora presente sul corpo del minore. Esclusa ogni ipotesi di violenza o incuria, secondo la famiglia la logica avrebbe imposto un immediato e graduale reinserimento dei bambini nel proprio nucleo familiare, dove continuano peraltro a vivere serenamente le sorelle, mai coinvolte da alcun provvedimento limitativo.
Ed è proprio questo uno dei punti che i familiari ritengono più difficili da comprendere: mentre le sorelle non sono mai state allontanate e continuano a vivere con i genitori, i due fratellini restano invece collocati fuori casa nonostante il progressivo venir meno delle originarie ipotesi accusatorie e le valutazioni positive emerse nel corso degli incontri protetti.
Ancora più paradossale, secondo la famiglia, sarebbe il fatto che gli stessi genitori dei bambini abbiano frequentato il corso per famiglie affidatarie e siano stati ritenuti idonei ad accogliere e occuparsi di altri minori, mentre parallelamente continuano a vedersi limitata la possibilità di vivere con i propri figli.
Secondo i familiari e il loro legale, sulla vicenda sarebbe nel tempo calato un persistente silenzio burocratico. Il Tribunale si sarebbe limitato, di fatto, a recepire le conclusioni della Consulenza Tecnica d’Ufficio senza predisporre un concreto percorso di rientro, nonostante lo Spazio Neutro e la psicologa incaricata abbiano attestato la qualità della relazione affettiva e la piena adeguatezza genitoriale durante gli incontri. La Corte d’Appello, pur avendo parzialmente riformato la decisione di primo grado aumentando la frequenza degli incontri tra i bambini e i genitori, secondo la famiglia avrebbe assunto una posizione attendista, demandando ai Servizi sociali il potere di liberalizzare progressivamente i rapporti e rinviando ogni concreta rivalutazione dell’affidamento al Tribunale tra circa un anno e mezzo. Nel frattempo, gli incontri restano ancora in modalità protetta, fortemente limitati e subordinati alle valutazioni discrezionali dei Servizi sociali.
L’attenzione della famiglia si concentra anche sulla gestione dei nuclei affidatari e sulla vigilanza esercitata dai Servizi sociali. Viene contestata, in particolare, la mancata cura di una ferita infetta causata da una scheggia a uno dei piccoli, giustificata con il semplice rifiuto del bambino a farsi medicare, oltre a una generale disattenzione rispetto all’igiene dell’altro figlio. A ciò si aggiunge la decisione di battezzare i bambini senza il consenso preventivo della famiglia di origine: una scelta considerata dai genitori particolarmente invasiva sotto il profilo identitario e affettivo. Preoccupa inoltre il rischio di una progressiva destrutturazione psicologica dei minori, indotti a utilizzare espressioni come “genitori di pancia” e “genitori di cuore” nella vita quotidiana e scolastica. La seconda famiglia affidataria avrebbe inoltre rinunciato alla gestione di uno dei fratellini, determinando nell’arco di un solo anno il passaggio del minore attraverso tre differenti nuclei affidatari. Secondo quanto riferito dalla famiglia, la rinuncia sarebbe avvenuta per consentire l’affidamento del bambino alla nipote degli zii affidatari e al marito di quest’ultima. La donna attualmente lavorerebbe come assistente sociale, mentre all’epoca dell’affidamento prestava servizio presso la struttura ospedaliera dalla quale sarebbe partita la segnalazione iniziale e presso la quale gli stessi zii accompagnavano il bambino per gli accertamenti successivi alla dimissione.
«L’istanza presentata al Garante dell’Infanzia -dichiara l’avvocato Francesco Miraglia -mira a sbloccare uno stallo che rischia di produrre danni irreversibili sul legame naturale tra i bambini e la loro famiglia. L’inerzia dei Servizi sociali e il progressivo svuotamento del ruolo dei genitori biologici e dei nonni alimentano il concreto timore che si stia realizzando, nei fatti, una forma di adozione mascherata».
Sullo sfondo resta anche il paradosso dei nonni materni, ai quali i bambini non sono stati affidati nonostante siano stati ritenuti idonei dalle stesse istituzioni all’affido eterofamiliare di altri minori.
«Due bambini continuano a restare lontani dalla propria famiglia per una malattia genetica inizialmente scambiata per maltrattamento, mentre i Servizi sociali continuano a esercitare un potere enorme senza controlli realmente efficaci e con provvedimenti che rischiano di protrarsi per anni senza una verifica realmente dinamica della situazione familiare. Il Tribunale, di fatto, si è limitato a recepire una CTU durata un anno e mezzo, redatta da un professionista impegnato anche nella formazione di coppie aspiranti all’adozione. A questo punto una domanda diventa inevitabile: se le accuse originarie sono venute meno, se la relazione affettiva è positiva e se durante gli incontri vengono riconosciute capacità genitoriali adeguate, perché questi bambini continuano a restare lontani dalla loro famiglia? A chi giova mantenere questa situazione? Chi trae vantaggio da un sistema che continua a rinviare ogni decisione? È arrivato il momento che qualcuno indaghi davvero fino in fondo su quanto sta accadendo», conclude Miraglia.