Case-famiglia: tutela o business?
Che quello delle case-famiglia possa essere un business è stato ormai messo in luce non soltanto da chi scrive, come verrà meglio ricordato nel prosieguo, ma anche da altri autorevoli voci quali, ad esempio, il quotidiano “la Repubblica” che ha eloquentemente intitolato l’articolo di Paolo Berizzi “Bambini in casa-famiglia business da un miliardo all’anno” (29 aprile 2011). In questo articolo è stato ripreso anche l’intervento di Lino D’Andrea, presidente di Arciragazzi (associazione nazionale che si occupa di diritti dell’infanzia), che ha dichiarato: “Il mondo degli affidi e delle case-famiglia sta attraversando un momento difficilissimo. Ci sono situazioni che vanno ben oltre la soglia della decenza e della dignità umana. Mi riferisco, in particolare, ai casi più estremi, che purtroppo sono diffusissimi. E cioè a quei ragazzi maggiorenni che, usciti dagli istituti, non sanno dove andare. Una cosa del genere non dovrebbe essere tollerata perché è l’esatta negazione della funzione delle case-famiglia. La rappresentazione esatta di come l’obiettivo di una struttura di accoglienza, che dovrebbe essere un luogo di transito, una specie di ‘parcheggio’ temporaneo in attesa dell’affido, può naufragare”. Quante sono le case famiglia in Italia? Chi le controlla? Chi controlla il loro operato, anche amministrativo? Le stime più recenti parlano di oltre 1.800 strutture distribuite da Nord a Sud, con alcune regioni (Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Sicilia) che da sole arrivano a circa 300. E sono in continuo, inarrestabile aumento… nonostante molti Comuni, cioè coloro che direttamente debbono finanziarle, siano al verde. Il problema principale è quello del controllo e, prima ancora, del monitoraggio, del censimento. Problema che anche la recentissima indagine del Ministero non ha affatto chiarito a fondo. Quando poi c’è qualcosa che non va, a farlo emergere non sono le Autorità attraverso i loro controlli (che in genere non esistono) ma alcuni degli stessi operatori o assistenti sociali che vi lavorano all’interno o che a vario titolo le frequentano oppure, se possibile, anche alcuni degli stessi ospiti. Spesso con non pochi rischi di natura non solo personale (soprattutto ritorsioni) ma anche (nel primo caso) professionale. L’allarme al proposito è stato lanciato già nel 2008 dai parlamentari Antonio Mazzocchi e Alessandra Mussolini (quest’ultima Presidente della Commissione Bicamerale per l’infanzia) con un appello al Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, e al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Dopo di che, il Sottosegretario alla Giustizia Maria Elisabetta Alberti Casellati ha varato un database che però è stato definito dall’on. Mussolini “all’italiana”, nel senso che (come ha dichiarato ancora la Presidente della Commissione Bicamerale) “riguarda solo le adozioni e non contempla anche i casi, numerosissimi, di affido. La realtà è che aspettiamo ancora un censimento vero e proprio e un adeguamento, così come prevede la legge 149/2001”.
“Nessuno chiede una giustifica delle spese”
Ma il punto davvero più dolente è costituito dalla pressoché assoluta assenza di verifiche. “Lo Stato paga le comunità ma nessuno chiede alla comunità una giustifica delle spese – aggiunge Lino D’Andrea – . Sarebbe utile che ogni casa-famiglia rendesse pubblica le modalità con cui vengono utilizzati i fondi: quanto per il cibo, quanto per il vestiario, quanto per gli psicologi o le varie attività. Il punto è che, in assenza di informazioni, i bambini stanno in questi posti e nessuno gli fa fare niente. Non crescono, non vivono la vita, non incontrano amici, non fanno sport né gite.”
Ribasso dei prezzi per accaparrarsi il “mercato dei minori”
È poi vero, inoltre, che gli orfanotrofi sono scomparsi del tutto o non è più esatto invece dire che si sono “convertiti” in case-famiglia? Quando anche due o tre comunità coabitano e convivono nello stesso edificio, una per piano, non sarebbe forse più corretto parlare ancora di “orfanotrofi”? Poi ci sono altre storture, messe in luce anche nell’articolo di Berizzi. La più grave riguarda sicuramente quello che il giornalista definisce “il libero mercato delle comunità per minori abbandonati” dove c’è chi, per essere competitivo, abbatte la diaria giornaliera fino a ridurla a 30-40 euro. “Teoricamente più la abbassi e più bambini riesci a far confluire nella tua struttura attraverso l’input dei Servizi Sociali che, a cascata, agiscono su indicazione del Tribunale.”
Il problema delle competenze…
C’è anche, e non ultimo, un problema di competenze in quanto su tutto ciò che attiene l’infanzia confluiscono varie e troppo numerose deleghe collegate a diversi Ministeri (Pari Opportunità, Lavoro, Giustizia, Gioventù, Sanità…) spesso anche “senza portafogli”, cioè impossibilitati ad agire nel concreto e con autonomia. Il risultato è la solita confusione di ruoli e competenze, in cui tutti finiscono per dire tutto e per non concludere niente.
… e il problema dei Tribunali per i Minorenni e della loro (per ora vana) riforma
Poi, non dimentichiamolo, c’è l’enorme problema irrisolto dei Tribunali per i Minorenni, oggetto di una ventilata riforma di cui anche in questo caso si vocifera soltanto e ormai da decenni. Tribunali per i Minorenni che al tempo della loro costituzione (Regio Decreto-Legge 20 luglio 1934 e successive modificazioni) avevano uno scopo fondamentale di assistenza, cura e miglioramento della gioventù italiana, in quella logica di Stato-padre rappresentato dal Fascismo e in un contesto economico sicuramente peggiore di quello attuale. Oggi quella logica, così come era prefigurata allora, non esiste più. Ma rimangono le esigenze dei minori, a cui il moderno Stato italiano è chiamato da tempo a dare risposte sollecite ed efficaci che non possono più essere disattese.
Francesco Miraglia