Intervista a Marzia Pantanella, Pedagogista Clinico, Criminologo e Mediatrice di Conflitti
Partirei subito con una domanda un po’ banale, ma utile per inquadrare il suo lavoro: le chiedo qualche parola sul suo percorso e sulle ragioni che l’hanno spinta a intraprendere questa strada.
Io sono una pedagogista forense, ma anche una pedagogista clinica, esperta di pedagogia giuridica. Allo stesso tempo sono criminologa e mi occupo di tutto quello che riguarda la prevenzione, il trattamento e lo studio del crimine. Sono, inoltre, mediatrice di conflitti, nello specifico in ambito familiare, penale e scolastico; quindi, mi occupo anche di giustizia riparativa a livello sia minorile che adulto. Grazie alle mie competenze, fornisco consulenze tecniche per il Tribunale di Bologna.
Sono sempre stata curiosa e aperta ai bisogni della famiglia, nell’accezione più ampia, e del minore, nello specifico. Ho iniziato i miei studi in pedagogia proprio per capire un po’ com’era il mondo dei genitori e dell’educazione, forse perché nel periodo in cui sono cresciuta c’erano tanti episodi che mi lasciavano perplessa, ai quali non riuscivo a dare una spiegazione coerente.
Dal momento che lavora sia con bambini che con adulti, quali sono le criticità che emergono nel lavorare con gli uni rispetto che con gli altri?
Direi che non ci sia nulla di problematico nello specifico. Trovo che ci sia una grande crisi della famiglia, che si riversa inevitabilmente sui minori, in particolare nella fascia adolescenziale e della preadolescenza. C’è un grande affaticamento nella comunicazione, nella relazione e nella gestione dei conflitti, per cui gli aspetti mediativi diventano sempre più importanti. La mediazione è particolarmente importante anche in ambito scolastico e, a questo proposito, altri fenomeni di mio interesse sono il bullismo e il cyber-bullismo.
Il fenomeno del bullismo fa riflettere sul ruolo del bambino non solo come vittima, ma anche come autore di reato, cosa a cui si pensa tendenzialmente meno, dal momento che il minore viene generalmente considerato una figura debole e indifesa…
Bisogna considerare che, generalmente, quando una famiglia chiede aiuto, il comportamento del bambino è la punta dell’iceberg, è l’elemento emergente. Sotto alla problematica del minore spesso e volentieri c’è una sofferenza e una inadeguatezza della famiglia. Le separazioni stanno diventando una piaga perché i genitori non le sanno gestire e, di conseguenza, si riversa tutto sui figli.
Lei lavora in tribunale. Può dirci quando le sue competenze entrano in gioco e come avviene la comunicazione in questo ambito così delicato?
Mi sono occupata di diversi casi complessi, di cui si è parlato anche a livello di cronaca. Per quanto riguarda gli aspetti comunicativi all’interno del percorso giuridico, una parte tendenzialmente difficile e molto delicata è la relazione con i servizi sociali, che dovrebbero essere a tutela del minore. Il giudice, in partenza, ha di fronte a sé un’analisi fornita da loro e, di conseguenza, si basa molto su questa. Il fatto che i servizi sociali non abbiano un organo che possa supervisionare e controllare quello che accade al loro interno è un neo davvero importante, che va rivisto. A volte i servizi sociali sanno di avere potere e lo ostentano: se portano avanti determinate ipotesi, anche la consulenza tecnica può essere messa in dubbio. Ci sono pochi giudici che si assumono le responsabilità. La consulenza tecnica arriva quando il giudice ritiene di aver bisogno di ulteriori elementi per tutelare il minore, ad esempio in situazioni di allontanamento familiare, di affidamento o di messa in stato di adottabilità, in casi conflittuali, di separazione, di famiglie indigenti o più in generale in difficoltà, che si affidano ai servizi sociali e che si ritrovano senza figli. Un altro reato di cui mi occupo e che rientra in questa dinamica è la violenza all’interno della famiglia, in particolare nei confronti della donna. Non perché l’uomo non la subisca, ma perché generalmente l’individuo più debole rimane la donna. Spesso la violenza intra-familiare non è riconosciuta o è sottovalutata, sia da parte degli organi giudiziari sia da parte dei servizi a tutela. Questi sono tutti aspetti sensibili, di cui mi occupo. Ho avuto a che fare con mamme a cui sono state diagnosticate malattie psichiatriche inesistenti e i cui figli sono stati affidati al padre. Si è ribaltata completamente la situazione: io donna ti vengo a chiedere aiuto e mi ritrovo a dover difendere me stessa anche da chi avrebbe dovuto aiutarmi.
Sono diversi casi di cronaca di cui si è ampiamente parlato negli ultimi anni e che hanno portato alla luce i malfunzionamenti che lei stessa ha menzionato. Come mai, secondo lei, non c’è ancora un organo di supervisione? E come si spiega il sussistere della scarsa attenzione e sensibilità nei confronti della situazione della donna?
Per quanto riguarda la mancanza di un organo di supervisione dei servizi sociali, ritengo che si tratti di una sorta di “incancrenimento” della procedura. È sempre andata così e mettere in atto un controllo su qualcosa che credo che chi è sopra di noi sappia che non funziona poi così bene, diventerebbe anche un problema politico e sociale di gestione. Ci sono degli equilibri superiori che non permettono questa condizione di “tutela alla tutela”, altrimenti non ci vorrebbe tanto a istituire una commissione, un organo, o a dare una responsabilità maggiore ai responsabili di settore. È tutto un po’ farraginoso. Per quanto riguarda la mancanza di tutela della donna, credo veramente che sia ancora al retaggio culturale. Bisogna educare al rispetto già i ragazzi a scuola, con l’educazione affettiva, perché noi adulti in questo momento siamo comunque ancora legati a questo retaggio culturale e di tabù. La donna è sempre stata vittima, questo va sottolineato, ma in passato c’era un numero oscuro talmente alto da non dare alle donne la possibilità di esprimersi, così come ai minori. Si tratta di una piaga davvero molto molto delicata.
Ci sono cose che pensa debbano essere cambiate?
Penso sia urgente e necessaria una riforma sostanziale della tutela del minore e della famiglia. Bisogna evitare la “psicologizzazione” e la “psichiatrizzazione” della famiglia, che ha bisogno piuttosto di aspetti che riguardano il “qui ed ora” per poter essere aiutata a rimanere tale. Psicologizzare, trovare il marcio e il pelo nell’uovo anche in situazioni che oggi non hanno più senso di essere rivisitate è un danno alla tutela del minore e della famiglia. Sarebbe meglio utilizzare un team e ricorrere ad un approccio multidisciplinare. Credo che, al giorno d’oggi, per come la società si sta evolvendo, gli aspetti di pedagogia giuridica possano essere utili alla tutela e alla conservazione della famiglia. Definire necessariamente certi genitori “matti” significa dare i bambini in affido e aumentare la filiera delle case-famiglia, delle famiglie affidatarie e degli allontanamenti. Invece penso che si possa veramente lavorare a livello psicoeducativo e pedagogico sul riassetto delle famiglie. L’altra falla dei servizi sociali, che non vengono assolutamente controllati su questo, è la progettazione: loro avrebbero il dovere di stilare un progetto che abbia un inizio e una fine. L’incontro protetto non è per sempre. Eppure, non progettano mai. Tutte le volte che ho chiesto di avere il progetto per agire di conseguenza, non mi è mai stato fornito.
Secondo lei questo malfunzionamento è dovuto a una disorganizzazione interna o è già un problema di formazione di base, riconducibile anche all’ambito scientifico?
Io credo che ci sia un problema di formazione, ma anche un sistema di organizzazione fallace all’interno. Fornire il progetto è un dovere del servizio sociale, ma non lo fa nessuno. Non essendoci nessuno al di sopra che muova questa sabbia, rimane tutto lì sotto. Quindi cosa succede? Che un genitore si trova per anni a fare sempre la stessa cosa, che danneggia il minore. Può capitare che, per anni, un bambino veda i genitori solo una volta a settimana, per un’ora e mezza, in un luogo protetto. Cosa stanno facendo di educativo, di reinserimento? Purtroppo, una grandissima pecca, almeno nella mia esperienza, è proprio la mancanza dell’aspetto evolutivo. Per un genitore è devastante, è dilaniante sapere di non essere riuscito a fare nulla e di essere costretto a vedere il proprio figlio solo per poco tempo all’interno di quattro mura dove gli operatori sociali controllano e interpretano qualsiasi gesto, qualsiasi parola. C’è anche un problema di estrema interpretazione non contestualizzata: la mancanza di contestualizzazione non rende oggettivo quello che si osserva.