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 • Emilia Romagna  • Separata dai figli per la lingua che parla: nove mesi di silenzio senza alcun provvedimento del giudice

Separata dai figli per la lingua che parla: nove mesi di silenzio senza alcun provvedimento del giudice

(PIACENZA, 3 aprile 2026). Il Tribunale ordinario di Piacenza è stato più volte chiamato a intervenire con urgenza su una vicenda che solleva profondi interrogativi circa il confine tra il ruolo dei Servizi sociali e la riserva di giurisdizione in materia di affido dei minori. Una donna di origine russa, assistita dall’avvocato Miraglia, ha presentato istanza per “denunciare “l’interruzione totale dei rapporti con i suoi due figli adolescenti: situazione che si protrae dall’agosto del 2025 non per disposizione di un magistrato, ma per una decisione unilaterale degli operatori sociali. La vicenda ha inizio nel 2019, quando il Tribunale ha disposto l’affidamento esclusivo al padre, ma da allora la madre non ha mai smesso di lottare per mantenere un legame significativo con i ragazzi, dichiarandosi sempre disponibile a seguire le prescrizioni e le modalità di incontro stabilite dalle autorità.
Nonostante la costante volontà di collaborazione, la relazione tra la madre e i figli è stata progressivamente ridotta a incontri protetti, una misura che per legge dovrebbe avere natura temporanea e finalizzata al recupero del rapporto genitoriale. Al contrario, per oltre cinque anni, questa condizione di estremo controllo si è trasformata in una realtà permanente, dove ogni gesto, parola o merenda preparata dalla donna è finita sotto la lente d’ingrandimento critica degli educatori. Sono state mosse contestazioni che appaiono del tutto marginali rispetto alla capacità genitoriale, come l’uso della lingua russa durante i colloqui o la scelta di cibi tradizionali.
«Si dimentica però che l’uso della lingua materna – dichiara l’avvocato Miraglia – e la condivisione delle radici culturali rappresentano un diritto identitario per i minori, che possiedono la doppia cittadinanza e che fino a pochi anni fa frequentavano regolarmente il paese d’origine della famiglia materna».
Il punto di rottura più grave si è verificato l’11 agosto dell’anno scorso, quando i Servizi sociali hanno deciso di sospendere ogni tipo di contatto, inclusi quelli telefonici, a seguito di alcuni messaggi scambiati tra la madre e uno dei figli. Tale sospensione, durata oltre sette mesi, è avvenuta in totale autonomia gestionale, senza che alcun decreto del Tribunale avesse mai autorizzato una misura così drastica e lesiva dei diritti fondamentali.
«Si tratta di un provvedimento discriminatorio – prosegue l’avvocato Miraglia – che non tiene conto del diritto di una madre a mantenere con i figli le tradizioni e la lingua del proprio paese di origine. Un’azione scaturita più da contrasti personali con gli operatori che da un reale pregiudizio per il benessere dei due ragazzi e che viola apertamente i principi della Riforma Cartabia, la quale stabilisce chiaramente che le decisioni incidenti sulla libertà e sulle relazioni familiari devono essere assunte esclusivamente dall’autorità giudiziaria».
La donna oggi chiede, con forza, il ripristino immediato del legame con i propri figli, un legame che non è solo giuridico ma profondamente umano, identitario, essenziale. Denuncia una situazione che ha progressivamente snaturato il ruolo dei Servizi sociali, da strumenti di sostegno alla genitorialità a soggetti di fatto decisori, investiti di un potere che non trova alcuna legittimazione nell’ordinamento.
Ciò che emerge è una frattura imposta, un isolamento che incide direttamente sulla vita dei minori, privandoli di una relazione fondamentale per il loro equilibrio affettivo e psicologico. Non si tratta di una mera questione procedurale, ma di un vulnus grave ai diritti dei figli, che hanno il diritto, prima ancora che l’interesse, di crescere mantenendo un rapporto autentico, continuo e significativo con entrambi i genitori.
Questa vicenda pone al centro una domanda netta: fino a che punto può essere compresso un legame familiare senza una base normativa chiara e senza un accertamento rigoroso dei fatti? Qui non siamo di fronte a una misura proporzionata, ma a una compressione che rischia di diventare definitiva, in assenza di presupposti reali.
Il punto è semplice: il diritto alla bigenitorialità non è negoziabile, non può essere sacrificato sull’altare di valutazioni generiche o prassi distorte. Va ripristinato, subito, con la stessa urgenza con cui è stato compromesso.